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Settimanale indipendente fondato e diretto da Donato D’Auria. Registrato presso il Tribunale di Torino il 7 ottobre 2011 n. 64

Editoriale

Le Vittorie di Sinner e la cultura sportiva in Italia

30 gennaio 2024

Melbourne – Jannik Sinner, dopo una battaglia di cinque set, ha sconfitto Daniil Medvedev e conquistato il suo primo titolo in un torneo dello Slam. Ci é riuscito alla diciassettesima partecipazione, esattamente come Federer a Wimbledon 2003. Qualcuno ha voluto vedere in questa coincidenza un segno del destino, di sicuro é la prova che la crescita tennistica dell’allievo di Riccardo Piatti (oggi seguito da Simone Vagnozzi e da Darren Cahill, già coach di Andre Agassi e Simona Halep) é stata costante. Sinner è arrivato precomentente nella top 15 del ranking mondiale e, a quel punto, ha saputo elevare ulteriormente il suo gioco. Con il finale della scorsa stagione, ha svestito i panni di talento ed é diventato una realtà del tennis mondiale.

Questo articolo non vuole essere, tuttavia, una lode alle immense qualità tennistiche di Sinner, ma una riflessione sullo stato di salute della cultura sportiva in Italia. Dopo il trionfo all’Australian Open (ma già dopo la vittoria contro Djokovic al girone delle ATP Finals di novembre), Sinner é stato lodato. “Golden Boy”, “Fenomeno”, “Talento generazionale” sono solo alcuni degli attributi con cui l’altoatesino é stato definito.

Se torniamo indietro a settembre 2023, tuttavia, Sinner era un “caso nazionale”. Dopo una stagione comunque positiva (in quel momento la posizione in classifica dell’italiano oscillava fra il 6 e il 7 del ranking ATP) era arrivata una bruciante eliminazione agli ottavi degli Us Open contro il tedesco Zverev, giocatore di grande livello ma reduce da un periodo difficile.

Sinner, in accordo col suo staff e col capitano Volandri, scelse di svolgere un “richiamo” di preparazione atletica e di saltare i gironi della Coppa Davis a Bologna, per provare a finire al meglio la stagione, comprese le eventuali finali di Coppa Davis a Malaga. Al tennista azzurro fu imputato un “tradimento della patria” e si iniziò a mettere in discussione la sua correttezza come persona: la residenza a Monte Carlo, una presunta “anti-italianità” dello stesso Sinner, l’individualismo dell’atleta e del suo staff divennero tutti argomenti presenti sulle pagine del nostro giornalismo sportivo. A soffiare benzina sul fuoco, diversi ex tennisti e allenatori, in primis Pietrangeli e Panatta, mai come in questo ricco vogliosi di comunicare, con articoli e interventi che grosso modo sono riassumibili nella formula “Ai nostri tempi sarebbe stato inaccettabile”.

I risultati, é inutile dirlo, hanno dato ragione a Sinner, e gli accusatori sono diventati immediatamente i primi tifosi del “campione” (in attesa del primo torneo negativo, ovviamente). Questo atteggiamento denuncia, a nostro avviso, una tendenza grave dello sport e della politica sportiva italiano: un personalismo esagerato che porta i professionisti del settore a trasformarsi in tifosi accaniti, fermando lo sviluppo della cultura sportiva e della promozione dello sport come elemento positivo per la società.

É difficile, infatti, parlare di sport come “scuola di vita” quando le vite dei campioni diventano una macchina da gossip continuo o vengono utilizzate per riscuotere consenso politico a livello di federazioni. Il caso del tennis é emblematico, con una politica sportiva che ha deciso di puntare su un altro sport (il Padel) anziché sostenere un movimento vitale e ricco di talenti (Arnaldi, Sonego, Trevisan o Cocciaretto non vengono “dal nulla”) sostenendone le basi durante il momento difficile della pandemia, salvo poi attribuirsi anche meriti non propri in caso di trionfi azzurri (Sinner ha sempre lavorato con allenatori e staff privati e non federali, così come Sonego e Vavassori).
Lo sport italiano non gode affatto di cattiva salute. I risultati di livello mondiale abbondano in diverse discipline, ma per migliorare ulteriormente servirebbero investimenti infrastrutturali che sono invocati da tutti. A nostro avviso, sarebbe utile anche uno sforzo di equilibrio e di cultura sportiva, in primis a livello comunicativo: l’atleta non é un fenomeno quando vince e un traditore quando perde, ma un rappresentante del nostro sport con cui essere esigenti ma sempre corretti. Il caso di Sinner dovrebbe esserne la prova. Luigi M. D’Auria

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